Al Gay Pride con la febbre

•Giugno 17, 2008 • Lascia un Commento

Tanto perchè è un periodo che ho l’argento vivo addosso e non riesco a stare ferma, me ne vado al gay pride con la febbre. Passa sotto casa. In compagnia di una delegazione sardo-lucana, mi faccio trascinare dalla loro energia. So che mi sta per venire la tonsillite, ma ormai il processo è inevitabile, tanto vale uscire.

L’appropriarsi delle strade, da parte dell’orgoglio, che elimina la vergogna.

Qualcuno direbbe, nessun orgoglio nessuna vergogna.

Ma per cambiare una cultura ce ne vuole.

Va bene vedere la voglia di divertirsi, va bene l’energia che c’è, nonostante i nuvoloni grigi, e i giovani dei centri sociali che approfittano per sfilare per le strade del centro con la loro musica, in un momento in cui la paura la fa da padrone, e la minaccia delle teste rapate è un ombra negli sguardi di molti.

La manifestazione per l’anniversario della liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

•Maggio 7, 2008 • 1 Commento

Ultimo spunto politico, anche perchè troppo mi sono fatta prendere da quest’arte (?) che decisamente non fa per me, dopo essere stata chiamata la Pasionaria, non potevo non andare anche da quegli altri, i vinti, che hanno sfilato nervosi e tronfi per le strade di Roma il 25 Aprile. Pochi giorni dopo Alemanno è diventato sindaco, e Roma è caduta. Qualcuno parla di Neofascismo, e fa bene, e a Verona uccidono un ragazzo, i neonazisti. Per sport. Ma esistono davvero? E Fini parla del 25 aprile come la festa di tutti. E parla dell’episodio di Verona come grave, ma ben più grave è bruciare una bandiera di Israele in una manifestazione. Tutto questo è allucinante. Forse nn si ricorda che Bossi con il tricolore ha sostenuto di pulirsi il culo.

Io sono preoccupata da alcuni manifesti che vedo appesi nel centro di Roma da quando ha vinto Alemanno. Un poster anni ‘30 che raffigura una famiglia, anni ‘30, un padre operaio con un martello in mano, una madre dalla lunga sottana e i capelli cotonati con un bebè in braccio, e sotto la scritta “Proteggete la vostra famiglia”.

L’italia è fascista, l’Italia è razzista, l’Italia è ignorante?

La paura dello straniero incombe, lo straniero stupratore, borseggiatore, spacciatore. A tal proposito, andatevi a vedere un bel film nelle sale ora, “Cover Boy” di Carmine Amoroso.

Invece il 25 Aprile? Si sfilava contenti e un pò nervosi, a Margherita, che aveva un passeggino, le è stato detto in malo modo, da una compagna, di “starsene a casa”, quando Margherita intrappolata da uno striscione tra il marciapiede e la strada ha chiesto “ma una col passeggino cosa deve fare?”

Paradossale. L’Italia è strana.

E con questo chiudo la parentesi politica veramente, non se ne può più, se qualcuno ha voglia di fare veramente qualcosa, non urlare “VAFFANCULO” in faccia al palco di Beppe Grillo in una piazza (ma mi dite a cosa serve?) ma una bella resistenza/lotta armata/tirare uova al parlamento io ci sono.

Povera Patria (PP)

•Aprile 24, 2008 • Lascia un Commento

Martedì 15 aprile 2008. Le elezioni politiche si sono appena concluse, ha vinto lui, lui! Lo psiconano, il caimano, l’impostore, l’imprenditore, insomma quell’uomo lì. Il Berlusca. Pare incredibile. Non mi capacito. Ma quanto sono coglioni gli italiani? Va bene i tanti astenuti, le tante schede annullate, ma allora, ancora di più, ma quanto sono coglioni gli italiani? E così martedì 15 aprile, navigando su internet scopro che a piazza del Pantheon sta iniziando la festa del PDL. Presa da un impeto di dovere morale/professionale simulato e da masochismo molto poco simulato mi precipito là, sfidando il maltempo. E’ vicino. E così mi sorbisco i deliri di giubilo del popolo della libertà, e con i tremolii da nervoso lascio che le bandiere mi sventolino in faccia, obbiettivo riprendere e documentare questa infinita tristezza. E capirete da soli che i volti dei trionfatori rappresentano tutta la tristezza italiana, il malcontento e l’ignoranza. Guardare bene La Russa tra Barbareschi e Alemanno per comprendere. Non voglio sprecare altre parole poichè le immagini parlano da sole.

ha vinto il pdp (popolo dei pensionati)


Vogliamo fare qualcosa? O vogliamo emigrare tutti in massa? Io intanto domani 25 aprile vado in manifestazione. Giusto per sfogo e per sentirmi rappresentata, dopo quest’incubo di cui sono stata partecipe.

Ma dov’è il cono Sur?

•Aprile 9, 2008 • 1 Commento

Con un pò di ritardo sui tempi reali, vi descrivo il corso di cucina a cui ho partecipato in qualità di fotografa circa 3 settimane fa.

Luogo della manifestazione, la Casa Internazionale delle Donne. Trastevere. Si respira aria di femminismo, aria di anni settanta negli occhi delle donne con qualche ruga vistosa ma dagli sguardi fieri e forti.

La Casa è su due piani, con i soffitti a volta e il pavimento in cotto. Pare un’antica casa colonica. Alle pareti le foto di quando il femminismo era lanciato verso orizzonti di gloria. Mi pare di vederci anche mia madre tra quelle donne in bianco e nero, che costruiscono, dipingono, urlano e ridono. Ma non c’è.

Il corso di cucina rientra nell’ambito degli incontri “FemminilePositivo” organizzati dall’associazione Flores e dall’associazione Maìs (Valentina Pescetti, per intenderci).

Nella piccola stanza siamo io più sei altre donne. Sandra è la cuoca, nonchè mediatrice culturale uruguayana per un’altra associazione che si occupa dei diritti delle donne a Roma. A lei il compito di illustrare ricette e usanze della sua terra. L’Uruguay. Montevideo. Scopro cos’è il cono Sur:

“Se denomina Cono Sur al área de Sudamèrica más al sur del subcontinente que, en forma de cono, casi como una gran península, define el sur de Sudamérica.”

Non era poi difficile, ma essendo io una schiappa in spagnolo…

La lezione è simpatica, imparo tra una foto e l’altra come si fa un’empanadas, e che tra l’empanadas argentina e quella uruguayana c’è molta differenza, e che gli argentini sono considerati un pò come i romani del Cono Sur, “strafottenti e rompic…”, penso io, che ce l’ho un pò col romano medio.

Bevo il mate, la tipica bevanda sudamericana che sostituisce il nostro rituale frettoloso del caffè. Da bersi con molta calma. E’ amarissima e faccio fatica a cavarci qualcosa da quella cannuccia, oltre che erba. Erba mate, s’intende.

Gusto il “budin de pan”, un tipico dolce fatto con la mollica di pane immersa nel latte e lasciata riposare per una notte intera (attenzione, questo è fondamentale), le uova, il latte e niente lievito. Molto buono e sinceramente economico.

La stanza è calda e accogliente e si sta bene, io faccio fatica a fare le foto per il poco spazio e perchè come mio solito non voglio disturbare troppo. Mi chiedo se il fotogiornalismo ha come caratteristica principale l’invadenza sempre e comunque, cosa che mi ha sempre disturbato. Sto imparando molto in questo periodo e grazie al master, sedimento ogni nozione in attesa di vedere cosa ne è sarà spuntato.

Ho iniziato anche un altro progetto sempre inerente alla multiculturalità, di cui parlerò più avanti. Ho avuto modo di parlare e conoscere Patrick Zachmann, un fotografo francese della Magnum, una gran persona, educata e gentile, professionale al massimo, che ci ha condotti in un workshop di 3 giorni sulle notti romane. Anche di questo parlerò in un altro post. Ora beccatevi queste foto sul corso di cucina.

Continua a leggere ‘Ma dov’è il cono Sur?’

Per le strade di Roma (parte seconda)

•Marzo 26, 2008 • Lascia un Commento

E come al solito non splende il sole. Mi pare di essere finita in Scozia, qualche volta, più che a Roma. Oggi voglio andare in un posto. Anzi, devo. Me lo sono imposta ma parto già senza voglia. Se non altro raggiungo la semi-periferia, la parte di Roma che mi coinvolge di più. Vado a vedere un incontro-dibattito sulla multiculturalità, ma mi sento come a scuola, quando dovevo fare i compiti ed ero, come si dice a Firenze, sfavata. Annoiata. Cammino per la Tuscolana con le mie cuffie Sennheiser, quelle da dj per intenderci, forse sembro pazza, ma ho bisogno di quest’ovatta. Queste foto sulla multicultarlità romana non partono, e tantomeno partiranno ora a questo dibattito, con lo sfavamento che ho. Di fianco al portone giusto, in via Assisi, ce n’è uno sbagliato, in cui entro. E’ l’ufficio immigrazione. Rimango interdetta e non riesco a dare una sbirciata, a causa di un vecchietto avvolto fino al naso da una sciarpa che si prende male perchè è più sfavato di me e inizia a dirmi che non c’è niente da vedere, e che la curiosità è proprio una brutta cosa. Gli rispondo un pò ma poi lo lascio continuare da solo, rimetto le cuffie e esco dal portone sbagliato. Entro in quello giusto. Ma non ho voglia di relazionarmi, sarà colpa delle cuffie, che anche se ho spento l’ipod, continuano a svolgere il loro compito da ovatta. Così rimango in disparte a sentire la presentazione di una mostra fotografica, bruttina, di fianco a dei ragazzi di colore, che mi danno l’aria di non capire niente di quello che stanno ascoltando. Potrei conoscerli, presentarmi, dire loro che voglio fare un reportage sulla multiculturalità, invece esco riaccendo l’ipod e mi metto a fotografare i ragazzi che escono dall’ufficio immigrazione. Altro timido approccio.

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Continuo la mia passeggiata musicale. Mi piacciono le case scrostate romane, le palme, gli intonaci rossastri.

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Mi fermo a cena da Valentina e la sua bimba, per una breve mansione da babysitter, c’è un assemblea in corso e si beve il mate, la tipica bevanda del Sud America. Domani vado alla Casa Internazionale delle Donne, a fotografare un corso di cucina uruguayana organizzato dall’associazione Mais, di cui è parte Valentina. Andrà meglio di oggi, mi dico. Ma già so che tutto ciò non solletica le mie corde. Torno a casa sulle note psichedeliche dei Logic Bomb. La primavera sta arrivando. Pazienza.
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Per le strade di Roma (parte prima)

•Marzo 5, 2008 • 1 Commento

Sabato è stata un’altra uggiosa giornata. Ho due appuntamenti, voglio provare a chiedere un lavoro in un ristorante vegetariano in San Lorenzo, e devo incontrare la signora Lula, voglio incontrarla, e non so a cosa vado incontro. Chi è Lula? Ci ho parlato al telefono, è la referente dell’associazione Adeso, per donne somale che vivono a Roma. Potrebbe essere interessante per il mio progetto sulla multiculturalità nella capitale, tema assegnato dal master. Ma Lula non è molto disponibile. La chiamo una prima volta, mi dice che devo richiamarla alle sei perchè è in giro. Cammino per la città, decido di andare a Piazza Vittorio e trovo il famoso mercato al coperto, in procinto di chiudere. Ottimo spunto sul tema multiculturale, scatto qualche timida foto.

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Chiacchiero con uno spazzino rastafari che mi indica la via per San Lorenzo, aiutando il mio ben conosciuto senso dell’orientamento (l’ho perso da qualche parte, ma lo ritroverò!). Il ristorante vegetariano prende il mio nome e mi saluta, è un momento in cui non hanno bisogno.

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Alle sei richiamo Lula, ma non è ancora arrivata. Vado comunque davanti al suo negozio, un piccolo negozio pieno di prodotti per capelli, bigiotteria e scarpe e chissà cosa dietro lo sgabuzzino. Al suo interno un’intera famiglia somala chiacchiera su degli sgabelli. Vado anche a vedere l’associazione, una strada più avanti. Ci trovo un parrucchiere, piccolo anche questo, pieno di donnone che si fanno le treccine. E l’associazione?

Comunque Lula non compare, e allora la richiamo. A questo punto si irrita, mi dice che oggi è sabato (ma va?) ed è il suo giorno di riposo, le ricordo che è stata lei a darmi appuntamento oggi, mi risponde che se non ho pazienza non possiamo collaborare, non è tanto simpatica Lula. Le chiedo se posso chiamarla lunedi, e anche se mi ha detto di si, oggi siamo a mercoledì, e non l’ho ancora chiamata. Nel frattempo mi guardo in giro, di associazioni del genere a Roma ce ne sono mille.

All’ippodromo delle Capannelle

•Marzo 1, 2008 • Lascia un Commento

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La giornata è decisamente uggiosa, tipicamente padana, penso, mentre sono in coda sulla tangenziale che si dirige verso l’Appia e le sue rovine. Giornata veramente ideale per scattare fotografie! Le prime ore le trascorriamo soli, un branco di giovani fotografi armati fino ai denti che si aggirano frenetici in cerca dello scatto migliore, ad osservarci solo vecchi gatti, e Francesco Cito, nostro maestro per un giorno, un tantino tra le sue ma molto educato e discreto. Troviamo le stalle, i cavalli, i maniscalchi, i primi movimenti. Una guardia ci ricorda che le scuderie sono pericolose e ci invita a lasciarle, tanto noi le nostre foto le abbiamo già fatte. Verso le due arrivano i primi scommettitori, per lo più pensionati. Febbre da cavallo. Questa gente scommetterebbe pure su chi di noi taglia primo il traguardo, noi che scorrazziamo a briglia sciolta tra le piste, e se ci vedesse la guardia?

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Conosco un caro vecchiettino, Giovanni, ex fantino. Lui correva negli anni Quaranta, poi l’hanno mandato a combattere i tedeschi sull’Arno. Adesso ogni settimana è qua, tutti lo conoscono, questo è il suo mondo.”Ciao Giovannì, il solito?” Mi offre una Coca che mi gonfia la pancia ancora convalescente dal virusdellostomacomaledetto.

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Sono accovacciata di fianco alle gabbie di partenza. Gli addetti ai lavori sono gentili, ci offrono del vino, sono snelli e robusti, abbronzati e sorridenti. Sono partiti! Non riesco a fotografare la partenza, intenta a litigare con l’elettronica della mia macchina digitale. Ma in effetti, non mi importa.

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Tante storie si aggirano da queste parti. Tanti soldi. Sprecati. Datti all’ippica! Questo termine ora mi è chiaro. Ma il gioco è gioco, e il divertimento vale la candela. Ma sarà davvero un divertimento? Un vizio può esserlo? Non so. Non si capisce il perchè di un vizio finchè non lo si possiede. E poi, i vizi costano! Le capannelle sono la banca del vizio. E un modo di passare il tempo per tanti anziani soli. Curioso. Malinconico. Affascinante.

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